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Gli Indiani hanno conquistato la Luna. E noi in Italia ? ….. che tristezza!!!

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I festeggiamenti dopo il successo della sonda Chandrayaan-1 sulla Luna
Chandrayaan-1 (che letteralmente significa “viaggio verso la Luna”) , la sonda lunare dell’Indian Space Research Organisation (ISRO), lo scorso 8 novembre ha raggiunto la Luna e si è inserita in orbita attorno al nostro satellite. Alle 20.31 ora indiana, le 16.01 di ieri in Italia, il Mip (Moon Impact Probe), il modulo lunare sganciato dalla sonda-madre Chandrayaan-I ha toccato il suolo lunare, nella parte meridionale del satellite terrestre. 

Un’enorme conquista, non soltanto per l’india, ma per tutto ciò che potrà comportare per un nuovo impulso internazionale volto all’esplorazione spaziale e alla conoscenza.

E noi in Italia che stiamo facendo? NIENTE!

Allora penso al modo in cui siamo abituati ad etichettare questi paesi come “nazioni emergenti” e a pensare ad essi come a luoghi in cui il livello di civilizzazione dei popoli non ha ancora raggiunto la nostra qualità.

Eppure se dovessi stabilire i criteri per valutare il livello di civiltà di una nazione tenderei a mettere al primo posto i seguenti fattori: diritti civili, libertà di espessione e livello culturale  (istruzione e ricerca).

Vedete…in India vige oggi la più grande democrazia liberale del pianeta, una forma di stato e di governo che si fonda sulla separazione dei poteri: legislativo, esecutivo e giudiziario. La democrazia liberale promuove e protegge i diritti e le libertà individuali (libertà di parola, di associazione, di religione e di proprietà) attraverso una costituzione.

Con un tasso di crescita del PIL del 9,4% nel 2006/07 , l’economia indiana è tra quelle a più rapida espansione nel mondo. E non è finita….il sistema di istruzione garantisce la “produzione” di specialisti nel campo della fisica, dell’ingegneria e dell’informatica il cui livello di qualità è tra i più elevati al mondo. E’ soprattutto grazie a questo che oggi l’India è diventata anche una grande esportatrice di software, di ricerca e di servizi tecnologici.

A questo punto penserete..”questo è proprio matto”…ma in realtà oggi ho voglia di sfogarmi un pò soffermandomi proprio sui problemi  italiani legati  all’istruzione e alla ricerca.

In questo periodo storico una “sfortunata” congiuntura internazionale ci vede testimoni di una grave crisi economica mondiale, per la quale certamente ne pagheremo tutti quanti i costi.

La maggior parte dei paesi cosidetti “progrediti” comprende benissimo che in una  situazione del genere un’azione strategica sarà quella di investire nella ricerca e sviluppo.

Perchè? ve lo spiego subito.

Investimenti in ricerca e sviluppo comportano necessariamente un aumento a medio e lungo termine della ricchezza di un paese. Ciò nasce dal fatto che nuove scoperte implicano ricadute innovative nel mondo della produzione industriale che a loro volta si riflettono nel benessere di una nazione. Tra le nazioni che hanno capito prima di tutti questa cosa vi è gli Stati Uniti d’America, che pertanto si è proposta, negli anni passati, come la più grande importatrice di cervelli al mondo.

Metterei la mano sul fuoco sul fatto che presto paesi come gli Stati Uniti, la Francia, la Germania etc., per uscire dal periodo di recessione, investiranno ancor di più nella risorsa della  conoscenza.

E in Italia cosa sta succedendo? Beh….nel nostro bel paese stanno pensando che il miglior modo per affrontare il problema recessione è quello di tagliare i costi sull’istruzione e sulla ricerca !!!!

Bravi….proprio una bella mossa.

E sapete cosa succederà??? che produrremo sempre meno brevetti (già il nostro livello di produzione brevetti è circa la metà della media europea). Ciò implica che per il futuro dovremo acquistare tecnologia dall’estero con gravi ripercussioni sui costi di produzione e soprattutto sulla competitività. Meno tecnologia nascerà in Italia e meno nuovi prodotti avremo da vendere ai paesi stranieri !!!

Che bella cosa…vero?

E non è finita. In questi giorni si fa un gran parlare del  decreto Gelmini. In tutta Italia c’è un grande movimento di giovani, famiglie, studenti e professori mobilitati in una protesta più che giusta. Però ho un pensiero ben preciso su tutto questo. Forse sbagliato ma è una mia opinione…l’opinione di chi ha vissuto nel mondo della ricerca per un pò.

Sono felice di vedere tanti giovani che hanno preso coscienza e che si sono mobilitati in massa per partecipare attivamente ed urlare ad alta voce i propri diritti di studenti e di futuri lavoratori.

Ma quello che vorrei dire è che la mobilitazione non dovrebbe essere semplicemente fatta perchè alcuni decreti non debbano passare e le cose restino come prima…..tutti noi dovremmo manifestare perchè in ogni modo qualcosa cambi nel mondo della ricerca e dell’istruzione pubblica italiana.

Personalmente più che il decreto Gelmini ciò che mi preoccupa di più è la legge 133 della finanziaria Tremonti approvata in agosto:

Cito testualmente una parte del post pubblicato il 23 agosto scorso su http://ruotalibera.wordpress.com/:

Articolo 16.
Facoltà di trasformazione in fondazioni delle università.
In attuazione dell’articolo 33 della Costituzione, nel rispetto delle leggi vigenti e dell’autonomia didattica, scientifica, organizzativa e finanziaria, le Università pubbliche possono deliberare la propria trasformazione in fondazioni di diritto privato. La delibera di trasformazione e’ adottata dal Senato accademico a maggioranza assoluta ed e’ approvata con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, di concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze. La trasformazione opera a decorrere dal 1° gennaio dell’anno successivo a quello di adozione della delibera.

Articolo 66 comma 13
…In relazione a quanto previsto dal presente comma, l’autorizzazione legislativa di cui all’articolo 5, comma 1, lettera
a) della legge 24 dicembre 1993, n. 537, concernente il fondo per il finanziamento ordinario delle università, e’ ridotta di 63,5 milioni di euro per l’anno 2009, di 190 milioni di euro per l’anno 2010, di 316 milioni di euro per l’anno 2011, di 417 milioni di euro per l’anno 2012 e di 455 milioni di euro a decorrere dall’anno 2013.

Allora, se viene ridotto il Fondo ordinario e per legge la tassa di iscrizione non può superare il 20% di questo Fondo, (per più informazioni leggere questo articolo) questo significa che le entrate diminuiranno sensibilmente. Una diminuzione delle entrate progressiva fino al 2013 comporterà una riduzione dei servizi e della qualità fino a minacciare l’esistenza dell’università stessa. Qual è la soluzione che possono adottare i rettori?  Qui arriva in soccorso l’articolo 16. Trasformando l’università in una fondazione di diritto privato. In questo modo si potranno raccogliere fondi da chicchessia anche perchè il comma 5 dello stesso articolo recita: “I trasferimenti a titolo di contributo o di liberalità a favore delle fondazioni universitarie sono esenti da tasse e imposte indirette e da diritti dovuti a qualunque altro titolo e sono interamente deducibili dal reddito del soggetto erogante. Gli onorari notarili relativi agli atti di donazione a favore delle fondazioni universitarie sono ridotti del 90 per cento.”

Facciamo un esempio. Il signor PincoPallino dona un pò di soldini alla fondazione, quanto tempo impiegheranno i figli del signor PincoPallino a laurearsi con il massimo dei voti?

In pratica l’università verrà privatizzata e seguirà le linee guida del finanziatore o del politico di turno che la foraggia…

Bene. Io, in linea di massima, non sono contrario ai contributi privati per le università (negli Stati Uniti ciò accade da sempre) ma ciò non deve andare a discapito del diritto allo studio, soprattutto per la categorie più deboli. Inoltre a mio avviso dovrebbero essere garantiti i centri di eccellenza sostenuti mediante finanziamenti esclusivamente pubblici.

Ciò che potrà avvenire nei prossimi anni, ed è quello di cui ho più paura, è che facoltà di interesse “industriale” verranno foraggiate lautamente da grandi investitori, in cambio dei diritti di proprietà industriale e/o intellettuale sulle scoperte prodotte…e fin qui può anche andare. Ma altre facoltà nelle quali si effettua una ricerca più di base oppure facoltà come lettere, filosofia etc..si troveranno a corto di fondi e le tasse di iscrizione saranno progressivamente aumentate impedendo di fatto l’accesso a chi non potrà permettersi di sostenere le spese per tali studi. Il numero di iscritti crollerà drasticamente comportando un impoverimento del livello culturale del paese in particolari campi specifici.

Molti ricercatori e studenti si troveranno improvvisamente senza fondi di ricerca e molti centri di eccellenza  italiani, nei quali oggi lavorano attivamente persone meritevoli perderanno via via la ricchezza di know-how acquisita in tanti anni di fatica. I primi a saltare saranno proprio i ricercatori ed il personale precari!!!

Vedete….professori ordinari, associati e via dicendo continueranno a mantenere il proprio posto di lavoro, siano essi persone volenterose ed in gamba o nullafacenti e scaldaposto. Si creerà un gap…un vuoto che impedirà la trasmissione della conoscenza da una generazione ad un’altra.

Mi dispiace per chi nel mondo della ricerca (non di interesse industriale) si troverà ad occupare un posto pubblico ma sarà impedito di fatto a progredire nelle proprie attività per mancanza di fondi. Mi dispiace oltretutto che chi persiste nell’occupare semplicemente un posto di ricercatore  a tempo indeterminato continuerà ancora ad occuparlo senza meritarlo veramente.

Ma soprattutto mi dispiace per tutti i giovani precari meritevoli che dovranno andar via dall’Italia o cambiare lavoro…… mi dispiace per tutti noi italiani.

Con ciò non voglio dire che non si debba cambiare il sistema. Anzi sono tra i primi a sostenere che vi sia la necessità di un cambiamento drastico nel mondo della ricerca e dell’università.

Come ho già detto, anche io  provengo dal mondo della ricerca e soprattutto sono stato tra quelli definiti precari..alla fine tra la scelta di continuare a lavorare per la maggior parte del tempo senza stipendo o l’andare all’estero ho deciso con alcuni miei colleghi di utilizzare le conoscenze acquisite con tanta fatica per restare in Italia e fondare una piccola società che potesse permetterci di fare ricerca e di offrirci una possibilità migliore per il nostro futuro.

E’ per questo…con esperienza vissuta di prima mano che dico che qualcosa di nuovo potremmo farlo certamente. In primis dovremmo trasformare il nostro paese in una nazione meritocratica e responsabilistica.

Chi lavora per il bene di tutti e per la crescita del paese..bene deve essere premiato. Chi persiste in un atteggiamento esclusivamente individualistico e dannoso per la crescita collettiva, si assuma le proprie responsabililtà e vada a casa….lasci il posto a chi merita di più…e poichè questo non avverrà da sè, dovrebbero mettersi in campo strumenti legislativi che provvedano ad una selezione di merito delle persone.

Ho sempre avuto grande fiducia nelle capacità umane e proprio  per questo ritengo che una soluzione così semplice e lampante non voglia volutamente essere sostenuta, nell’interesse del mantenimento di questo stato delle cose.

Vogliamo davvero cambiare il paese e soprattutto vogliamo davvero migliorare il mondo della ricerca in Italia….beh! potremmo partire da questa semplice ricetta.

I fondi di ricerca devono essere assegnati in base ai riultati ottenuti (pubblicazioni, brevetti, riconoscimenti internazionali etc.).

Anche gli studenti e i dottorandi dovrebbero poter accedere e gestire propri fondi di ricerca poichè è proprio dalle loro mani e dal loro cervello che la storia è da sempre stata testimone delle grandi rivoluzioni.

Il mantenimento del posto di ruolo non deve essere insindacabile ma legato agli obiettivi di ricerca ottenuti.

Eliminare i concorsi ( o garantirne solo una percentuale) responsabilizzando il personale docente o i capi gruppo di ricerca sulla selezione dei nuovi ricercatori.

E se poi vogliamo davvero risparmiare si può partire da poche semplici regole che peraltro porterebbero portare a grandi risparmi.

Sapete ad esempio che durante una missione (soprattutto se all’estero) il personale docente, ricercatore e amministrativo percepisce una diaria (è una specie di indennità di trasferta)  che può anche essere di qualche centinaio di euro al giorno e che questi importi sono quasi sempre finanziati con i fondi di ricerca? Non c’è niente di male in questo però ciò comporta che vi sono molti ricercatori seri  che si recano ai congressi per presentare i risultati dei propri lavori…ma alcuni usano questo sistema semplicemente per ingrossare il proprio portafogli. E in questa diaria non è compreso il costo del titolo di viaggio.

Eppure oggi nell’era delle telecomunicazioni si potrebbe assistere (eccetto i casi in cui fosse strettamente necessario) ad una conferenza direttamente da casa o dal proprio studio attraverso internet. Immaginate se pensassimo seriamente di utilizzare uno strumento come Secondlife non soltanto per divertirci..ma per organizzare meeting virtuali con tanto di presentazioni power point ed interventi a voce senza muoversi dalla propria poltrona!!!! Qualche istituzione all’estero lo sta già sperimentando con successo (leggete un pò questo !!!).

Risparmieremmo centinaia di milioni di euro che potrebbero essere impiegati in altro modo.

E quando viene emesso un biglietto aereo i punti millemiglia vengono accreditati all’ente che paga il biglietto oppure alla persona che effettua il viaggio? Io personalmente li farei accreditare all’ente per metterli a disposizione dei giovani meritevoli che possono così recarsi all’estero per presentare le proprie idee e ricerche oppure per interagire e conoscere altri  colleghi.

Vedete..questi sono semplici esempi attraverso i quali vorrei che comprendessimo tutti che per i grandi cambiamenti sarebbe sufficiente iniziare con piccoli passi.

Va beh! non vi tedio più…oggi ho proprio esagerato, ma avevo bisogno di sfogarmi un pò.

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